da "La Repubblica" del 25 maggio 2003
COSI’ L’ERA DEI SINDACI GIUNGE AL TRAMONTO
Di Ilvo Diamanti
Son passati dieci anni, ma era un altro secolo, un altro millennio, non solo un altro decennio. L’epoca dei sindaci e delle città: base della ricostruzione dello Stato. Oggi le realtà locali rappresentano il teatro di un conflitto il cui copione è scritto in ambito nazionale e nelle sue capitali tradizionali. Una su tutte: Roma. Dieci anni fa: veniva approvata la legge n. 81, che stabiliva l’elezione diretta dei sindaci e garantiva loro una maggioranza solida in Consiglio Comunale. In questo modo si mirava a superare alcuni problemi tradizionali, divenuti insostenibili: il peso dei partiti, l’instabilità dei governi locali, l’assenza di responsabilità e di autorità dell’esecutivo. Ma la legge rispondeva a finalità diverse, che oltrepassavano la dimensione locale. Finalità politiche, dettate dalla pesante crisi di regime che aveva investito l’Italia in quegli anni. Tre in particolare:
1) Affrontare a livello locale il problema della legittimità del sistema politico e delle istituzioni, esploso in ambito nazionale.
L’elezione diretta del sindaco offriva ai cittadini dei riferimenti visibili, riconoscibili, su cui trasferire la domanda di riconoscimento e di governo, frustata e delusa a livello nazionale.
2) Aprire nuovi canali di formazione e di affermazione della classe dirigente, dopo che la crisi dei partiti e dello Stato aveva affondato quella emersa (ed esterna) della prima Repubblica.
3) Rispondere alla domanda crescente e inquieta di trasferire poteri dal centro alla periferia, dallo Stato centrale alle realtà locali; rendere le autonomie territoriali davvero più autonome. Una richiesta che le rivendicazioni e le manifestazioni leghiste avevano reso tanto esplicita quanto critica.
Al rinsecchirsi dell’albero dello Stato, quindi, si rispondeva partendo dalle radici. Dalle autonomie locali. Luoghi attraverso cui riformare non solo l’amministrazione, ma ancor più la politica, la forma di governo, il rapporto fra cittadini e istituzioni.
Con esiti contrastanti, ma sicuramente importanti.
A.- E’ certo, anzitutto, che da quella spinta è cresciuta una diversa concezione del rapporto con la politica e con il governo: più personalizzato e meno zavorrato dalle logiche e dagli apparati di partito. Si è delineato un sistema politico bipolare, una forma di governo centrata sul ruolo dell’esecutivo e del suo Presidente (sindaco, governatore) nella quale le assemblee elettive, luoghi della rappresentanza intermedia, contano meno: Un modello per molti versi riprodotto a livello nazionale (dove si evoca da tempo il "sindaco d’Italia"). E’ altrettanto vero che si è raggiunto un maggior grado di stabilità.
B.- Inoltre, gli enti locali si sono aperti al rapporto e alla cooperazione con le organizzazioni della società e del mercato, in funzione delle attività di governo e di gestione dei servizi (ne offre una ricostruzione puntuale un’ampia ricerca sui "Comuni nuovi" , curata da Catanzaro, Piselli, Ramela e Trigilia e pubblicata dal Mulino). Oggi dall’assistenza alla cultura al divertimento, tutte le iniziative, tutte le prestazioni sono svolte mediante accordi, contratti, incarichi che coinvolgono l’associazionismo, le imprese, gli individui: la società civile. Mentre altri settori attività, un tempo di stretta competenza degli enti locali sono stati aperti ai privati oppure sono divenuti sempre più autonomi, gestiti da consorzi di comuni e altri organismi. Insomma, il governo locale è più visibile e identificabile; e agisce in modo più responsabile, in collegamento con la società e i privati. Anche se, talora, ciò ha allungato i tempi delle decisioni (come ha dimostrato una recente ricerca di Marco Cammelli).
C.- La classe politica: dieci anni fa sono emersi e si sono affermati, nell’esperienza di governo o solo nelle competizioni amministrative, molti leader significativi della seconda Repubblica. Da Rutelli a Sassolino, da Bianco a Orlando a Illy; a Fini e alla Mussolini che, seppure sconfitti a Roma e a Napoli, hanno comunque dimostrato che i tempi erano maturi per sdoganare gli ex fascisti, per trasformarsi in Destra democratica.
D.- Poi, la lunga marcia delle riforme territoriali dello Stato. Le leggi intitolate al ministro Bassanini, che hanno profondamente ridisegnato la struttura delle competenze amministrative e della gestione delle risorse, fra Stato ed enti locali, a favore di questi ultimi. Poi la riforma del titolo V della Costituzione, fatto approvare dal governo dell’Ulivo, alla vigilia delle elezioni legislative del 2001, e quindi sancito dal voto popolare, nell’ottobre dello stesso anno. Infine l’innovazione voluta dalla Lega, la "devolution", volta ad attribuire poteri esclusivi alle regioni, in materia di sanità, istruzione, polizia, per marcare la svolta da un federalismo "limitato" e senza cuore, a un federalismo convinto e radicale.
Tutto questo e altro ancora scaturisce dalla rottura prodotta dieci anni fa, in seguito alla legge sull’elezione diretta dei sindaci. Una ricorrenza che nessuno ha provveduto a celebrare, in questi giorni. Eppure gli spunti non sarebbero mancati, alla vigilia di elezioni amministrative che, da oggi e per le prossime due settimane, coinvolgeranno 113 milioni di cittadini del Nord, del centro e del Sud: dal Nordest (Friuli Venezia Giulia, Vicenza, Treviso, Udine, Brescia) al Sudovest, passando per Roma. Un motivo importante per tracciare un bilancio della rivoluzione partita dalla periferia; e per ragionare sulla nuova via imboccata dal federalismo. Tanto più dopo il disegno di legge presentato dal ministro La Loggia, che mira a combinare la devolution di Bossi con la riforma costituzionale approvata nel 2001. Invece, da settimane il dibattito che occupa i media oppone Berlusconi ai giudici milanese; Berlusconi agli ex comunisti e ai comunisti (italiani, perché con quelli che governano altrove, come in Russia, non c’è problema), Berlusconi a Prodi. Berlusconi contro tutti: leader della maggioranza e (anti)leader dell’opposizione. C’entra, in tutto ciò, la volontà del premier di spostarsi su un terreno a lui favorevole, o comunque meno sfavorevole rispetto al confronto sull’andamento dell’economia, sulle opere pubbliche, sul fisco. Ma, sicuramente, in questa rimozione c’entra il fatto che oggi della rivoluzione autonomista avviatasi dieci anni fa c’è poco da celebrare, se non la fine. O quantomeno l’eclissi.
I candidati sindaci e presidenti regionali: più che dalla società civile, a livello locale, sono indicati dai partiti e dalle leadership nazionali. Anche nella Cdl, la "casa di tutti i federalismi": le candidature e le alleanze nel Nordest come in Sicilia le hanno decise Berlusconi, Bossi, Fini, talora Follini. A Roma, a Milano, magari nella residenza del premier-leader della coalizione. Anche nei contesti locali, d’altronde, si assiste al "ritorno dei partiti" (come ha segnalato Luciano Vandelli).
Il federalismo e la devoluzione non emozionano più. In una lista di quattordici temi di rilevanza nazionale, il federalismo viene indicato fra le due priorità da affrontare per il governo dall’1,5% dei cittadini; lo 0,3 nel Sue e il 6% nel Nordest. Quasi nessuno, insomma, pare disponibile a combattere, in suo nome. Forse perché se n’è parlato molto e in modo confuso, forse perché i cittadini stentano a identificarne i benefici, ma ne hanno verificato i costi, forse perché hanno visto moltiplicarsi, con le autonomie, anche le burocrazie e le oligarchie locali: un po’ per tutto questo e magari anche per altro, ma all’eccitazione del millennio scorso si è sostituita la delusione, attuale.
Peraltro, molti segni indicano una ripresa di poteri dello Stato centrale. Il disegno governativo presentato dal ministro La Loggia ridimensiona profondamente non solo il senso della devoluzione di Bossi, ma anche le prerogative degli enti locali e delle Regioni previste dalla precedente riforma del titolo V e dalle leggi Bassanini. Molte materie tornano allo Stato, altre tornano ad essere condivise. In più, la crisi finanziaria e i vincoli di bilancio sottopongono tutti i trasferimenti al giogo inflessibile del ministro Tremonti: paradossalmente, l’uomo del Nord, l’alleato della Lega, diventa l’artefice dell’asfissia in cui versano Regioni e Comuni.
Così, per necessità o per il ritorno di antiche logiche, la devoluzione si devolve e i governatori, i sindaci, fanno i conti con un doppio centralismo. Il primo politico: perché il sistema dei partiti, riformato e personalizzato, abita a Roma o a Milano. Il secondo amministrativo: perché i soggetti territoriali debbono contendere poteri e autonomia non solo al governo, ma ai ministeri e alle burocrazie centrali.
Di tutto ciò non si è parlato in occasione del ciclo di elezioni amministrative che parte oggi.
L’era delle città, l’era dei sindaci.
Era.